antonio montanari
Favolette serali
Le 09/12/2009
Il governo arresta i mafiosi. Che sono amici degli oppositori di Berlusconi

Anche ieri sera ci è stata offerta da un ministro della Repubblica una bella favola per farci andare a letto felici e contenti. Il governo fa arrestare i mafiosi.
E fin qui passi, è una balla talmente grossa che è lecito raccontarla in tivù. Dove ormai la recita è così assurda e violenta che nulla più meraviglia. La ministra Brambilla sa che non sono i governi a far arrestare i mafiosi.
La ministra Brambilla ha pure sostenuto che le notizie divulgate in tutto il mondo dalle tivù presenti a Torino per ascoltare le ultime parole famose di un pentito, danneggiano il nostro turismo, il nostro artigianato, la nostra industria, la nostra immagine all'estero e la nostra economia all'interno.
Se queste cose le avesse espresse con retorica accademica qualche polveroso autore di romanzi per signore in avanzata decadenza, le avremmo potute giustificare.
Il ministro del Turismo racconta che l'immagine dell'Italia è danneggiata non dagli scippi che avvengono in certe località, o che l'arrivo di imprenditori esteri nel nostro Paese è ostacolato da mille problemi tra cui la mafia, legati ad uno Stato che funziona come un tram a cavalli diretto sulla Luna. Ebbene, questa versione dei fatti, fornitaci dalla signora Brambilla, è la negazione dei fatti stessi.
Infine, che la ministra di un governo presieduto da un grande imprenditore della televisione parli "male" della televisione, è un aspetto inutile da sottolineare, ma importante da mandare a mente per comprendere a quale punto di involuzione logica siano arrivati nei loro discorsi i signori del governo.
Tra i quali troviamo anche chi, a proposito di due mafiosi arrestati, li ha definiti amici degli avversari del loro idolo di palazzo Grazioli. Per essere all'altezza della situazione, il giornale di famiglia del capo del governo non ha potuto non titolare: "In piazza gli amici di Spatuzza". Ovvero le magnifiche sorti e progressive dell'Italia.
Concorso (senza premi). Domanda: chi ha detto (ed a chi si riferisce la frase): "Si servirà di donne abili a creare scandali e a screditare politici...."?
E fin qui passi, è una balla talmente grossa che è lecito raccontarla in tivù. Dove ormai la recita è così assurda e violenta che nulla più meraviglia. La ministra Brambilla sa che non sono i governi a far arrestare i mafiosi.
La ministra Brambilla ha pure sostenuto che le notizie divulgate in tutto il mondo dalle tivù presenti a Torino per ascoltare le ultime parole famose di un pentito, danneggiano il nostro turismo, il nostro artigianato, la nostra industria, la nostra immagine all'estero e la nostra economia all'interno.
Se queste cose le avesse espresse con retorica accademica qualche polveroso autore di romanzi per signore in avanzata decadenza, le avremmo potute giustificare.
Il ministro del Turismo racconta che l'immagine dell'Italia è danneggiata non dagli scippi che avvengono in certe località, o che l'arrivo di imprenditori esteri nel nostro Paese è ostacolato da mille problemi tra cui la mafia, legati ad uno Stato che funziona come un tram a cavalli diretto sulla Luna. Ebbene, questa versione dei fatti, fornitaci dalla signora Brambilla, è la negazione dei fatti stessi.
Infine, che la ministra di un governo presieduto da un grande imprenditore della televisione parli "male" della televisione, è un aspetto inutile da sottolineare, ma importante da mandare a mente per comprendere a quale punto di involuzione logica siano arrivati nei loro discorsi i signori del governo.
Tra i quali troviamo anche chi, a proposito di due mafiosi arrestati, li ha definiti amici degli avversari del loro idolo di palazzo Grazioli. Per essere all'altezza della situazione, il giornale di famiglia del capo del governo non ha potuto non titolare: "In piazza gli amici di Spatuzza". Ovvero le magnifiche sorti e progressive dell'Italia.
Concorso (senza premi). Domanda: chi ha detto (ed a chi si riferisce la frase): "Si servirà di donne abili a creare scandali e a screditare politici...."?
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Riformisti
Le 18/10/2009
Polito: "Clima da guerra civile". Ed Alfano accusa di "guerra preventiva" i magistrati
L'Italia vive in un clima da guerra civile, secondo Antonio Polito, direttore del "Riformista", intervistato stamani dal "GR3".
Ieri al suo giornale (a Roma) è arrivato un proclama che minaccia di morte Berlusconi, Fini e Bossi.
La firma rimanda a vecchie sigle del terrorismo italiano conosciuto negli "anni di piombo", ed è delle "Brigate rivoluzionarie per il comunismo combattente". La lettera è partita da Milano l'8 ottobre.
Il giorno 15 ottobre il "CorSera" ha intervistato Giampaolo Pansa, meritorio analista dei drammi politici del dopoguerra. Pansa è uscito dalla squadra di "Repubblica" per collaborare allo stesso "Riformista" ed a "Libero". Che (se non andiamo errati) è alla destra del quotidiano di Polito.
Pansa ha fatto una dichiarazione allarmante: il clima dei nostri giorni è lo stesso dell'inizio degli anni Settanta, quando cominciò a diffondersi la pratica terroristica che portò anche all'uccisione di Aldo Moro, simbolo dell'apertura democristiana a sinistra, malvista dagli Usa. (Moro era stato accusato da Kissinger di preparare "spaghetti in salsa cilena".)
Oggi gli Usa, come ha dimostrato Edward Luttwak in un'intervista a "Ballarò", non sono più tanto amici di Berlusconi. Perché si è schierato con Putin sulla Georgia e soprattutto ha fatto quell'accordo fra Eni e Gazprom, considerato un'operazione che rimette in gioco la Russia.
Un vecchio amico di Berlusconi, Paolo Guzzanti, ex presidente della commissione Mitrokhin, di recente "ha riferito di certe sue conversazioni private con l'ambasciatore americano", il quale non le ha smentite (fonte: Aldo Giannulli, "l'Unità", 16.10.2009).
Giannulli a proposito del rapporto Usa-Berlusconi osserva: "Ora si fa sul serio".
Non per nulla, verrebbe da aggiungere, ieri è arrivata quella strana lettera minatoria al "Riformista" dove scrive Pansa. Il quale sente "aria di anni Settanta", perché come allora ci sono "due blocchi che si odiano".
Le cose degli anni Settanta videro morire di terrorismo anche uomini come Guido Rossa, operaio antibrigatista.
Oggi il presidente del Consiglio demonizza l'opposizione, anzi cerca di ridicolizzarla al grido isterico di "coglioni".
Luciano Violante accusa Berlusconi per il "mancato riconoscimento degli avversari", osservando che la minaccia di quella lettera non è credibile: "chi vuole fare un attentato non lo annuncia ai quatto venti" (fonte: Lorenzo Fuccaro, "CorSera").
Violante sostiene poi che "bisogna smetterla di cercare nemici", e che occorre prendere atto che "l'Unione sovietica è crollata" (ovvero non esistono più i comunisti di cui parla il cavaliere).
Il destinatario delle sue parole è il presidente del Consiglio, come è chiaro leggendole anche superficialmente.
Ma il titolo del "Corrierone" travisa tutto: "C'è un clima preoccupante". Un titolo ovviamente ispirato dal ricordo dell'intervista a Pansa...
Non è da "riformisti" inventarsi un clima da guerra civile. Non è da persone sagge sostenere (come fa Pansa) che addirittura "è cominciata la guerriglia tra giornali".
"Repubblica" non ha inventato nulla di quello che ha finora scritto. La questione delle "minorenni" è stata tirata fuori dalla moglie del premier, non da Scalfari.
Invece "il Giornale" di casa Berlusconi ha prodotto come atto giudiziario un documento di accusa contro Dino Boffo direttore di "Avvenire".
Si è trattato d'un falso presentato da qualche anima pia curiale, e sfruttata ai propri fini (di bassa macelleria politica) da Innominati ben nascosti dietro l'angolo.
Forse sono essi anche gli autori della lettera inviata al "Riformista", per impedire al Paese di vivere la sua dialettica politica. Resa incandescente proprio dalle uscite del premier contro la Magistratura.
E, quelle uscite, sono divenute materia di servizi filmati di "Canale 5", nei quali si accusa di "stravaganze" un cittadino che fuma in attesa che apra la bottega del suo barbiere.
Strano ma vero, quel cittadino è un giudice, quello stesso su cui Berlusconi aveva detto "Ne vedremo delle belle". Abbiamo incominciato a vederle.
Enrico Mentana al proposito ha inventato un neologismo, derivato dal nome del conduttore televisivo nel cui programma è apparso il servizio su quel magistrato: "Spero che si tratti di un episodio tanto sgangherato, anzi stravagante, anzi <brachino>, quanto isolato". Quel servizio, sostiene Mentana è "uno schiaffo su commissione" (fonte: Silvia Fumarola di "Repubblica").
Diremo dunque "giornalismo brachino" per indicare servizi fatti su commissione, per rallegrare il "padre padrone" dell'azienda ed il capo del governo (che sono la stessa cosa...)?
Merita apprezzamento Fini per aver dichiarato che su quella lettera, "delirio di un folle", non si deve aprire alcun dibattito perché sarebbe "sul nulla".
Non dimentichiamo che di armi pronte a sparare aveva di recente parlato Bossi, rivolgendosi a chi non è d'accordo con lui: "Se necessario, per fermare i romani che hanno stampato queste schede elettorali che sono una vera porcata, e non permettono di votare in semplicità e chiarezza, potremmo anche imbracciare i fucili"; poi Bossi ha pure minacciato la rivoluzione in caso di bocciatura del lodo Alfano....
Lascia interdetti invece il ministro della Giustizia Alfano. Ai magistrati contrari alla riforma della Carta costituzionale annunciata da Berlusconi, Alfrano ha risposto con parole inquietanti: "È guerra preventiva". Così non parla un ministro.
[18.10.2009, anno IV, post n. 300 (1020), © by Antonio Montanari 2009. Mail.]
Divieto di sosta. Antonio Montanari. blog.lastampa.it
© RIPRODUZIONE RISERVATA
L'Italia vive in un clima da guerra civile, secondo Antonio Polito, direttore del "Riformista", intervistato stamani dal "GR3".
Ieri al suo giornale (a Roma) è arrivato un proclama che minaccia di morte Berlusconi, Fini e Bossi.
La firma rimanda a vecchie sigle del terrorismo italiano conosciuto negli "anni di piombo", ed è delle "Brigate rivoluzionarie per il comunismo combattente". La lettera è partita da Milano l'8 ottobre.
Il giorno 15 ottobre il "CorSera" ha intervistato Giampaolo Pansa, meritorio analista dei drammi politici del dopoguerra. Pansa è uscito dalla squadra di "Repubblica" per collaborare allo stesso "Riformista" ed a "Libero". Che (se non andiamo errati) è alla destra del quotidiano di Polito.
Pansa ha fatto una dichiarazione allarmante: il clima dei nostri giorni è lo stesso dell'inizio degli anni Settanta, quando cominciò a diffondersi la pratica terroristica che portò anche all'uccisione di Aldo Moro, simbolo dell'apertura democristiana a sinistra, malvista dagli Usa. (Moro era stato accusato da Kissinger di preparare "spaghetti in salsa cilena".)
Oggi gli Usa, come ha dimostrato Edward Luttwak in un'intervista a "Ballarò", non sono più tanto amici di Berlusconi. Perché si è schierato con Putin sulla Georgia e soprattutto ha fatto quell'accordo fra Eni e Gazprom, considerato un'operazione che rimette in gioco la Russia.
Un vecchio amico di Berlusconi, Paolo Guzzanti, ex presidente della commissione Mitrokhin, di recente "ha riferito di certe sue conversazioni private con l'ambasciatore americano", il quale non le ha smentite (fonte: Aldo Giannulli, "l'Unità", 16.10.2009).
Giannulli a proposito del rapporto Usa-Berlusconi osserva: "Ora si fa sul serio".
Non per nulla, verrebbe da aggiungere, ieri è arrivata quella strana lettera minatoria al "Riformista" dove scrive Pansa. Il quale sente "aria di anni Settanta", perché come allora ci sono "due blocchi che si odiano".
Le cose degli anni Settanta videro morire di terrorismo anche uomini come Guido Rossa, operaio antibrigatista.
Oggi il presidente del Consiglio demonizza l'opposizione, anzi cerca di ridicolizzarla al grido isterico di "coglioni".
Luciano Violante accusa Berlusconi per il "mancato riconoscimento degli avversari", osservando che la minaccia di quella lettera non è credibile: "chi vuole fare un attentato non lo annuncia ai quatto venti" (fonte: Lorenzo Fuccaro, "CorSera").
Violante sostiene poi che "bisogna smetterla di cercare nemici", e che occorre prendere atto che "l'Unione sovietica è crollata" (ovvero non esistono più i comunisti di cui parla il cavaliere).
Il destinatario delle sue parole è il presidente del Consiglio, come è chiaro leggendole anche superficialmente.
Ma il titolo del "Corrierone" travisa tutto: "C'è un clima preoccupante". Un titolo ovviamente ispirato dal ricordo dell'intervista a Pansa...
Non è da "riformisti" inventarsi un clima da guerra civile. Non è da persone sagge sostenere (come fa Pansa) che addirittura "è cominciata la guerriglia tra giornali".
"Repubblica" non ha inventato nulla di quello che ha finora scritto. La questione delle "minorenni" è stata tirata fuori dalla moglie del premier, non da Scalfari.
Invece "il Giornale" di casa Berlusconi ha prodotto come atto giudiziario un documento di accusa contro Dino Boffo direttore di "Avvenire".
Si è trattato d'un falso presentato da qualche anima pia curiale, e sfruttata ai propri fini (di bassa macelleria politica) da Innominati ben nascosti dietro l'angolo.
Forse sono essi anche gli autori della lettera inviata al "Riformista", per impedire al Paese di vivere la sua dialettica politica. Resa incandescente proprio dalle uscite del premier contro la Magistratura.
E, quelle uscite, sono divenute materia di servizi filmati di "Canale 5", nei quali si accusa di "stravaganze" un cittadino che fuma in attesa che apra la bottega del suo barbiere.
Strano ma vero, quel cittadino è un giudice, quello stesso su cui Berlusconi aveva detto "Ne vedremo delle belle". Abbiamo incominciato a vederle.
Enrico Mentana al proposito ha inventato un neologismo, derivato dal nome del conduttore televisivo nel cui programma è apparso il servizio su quel magistrato: "Spero che si tratti di un episodio tanto sgangherato, anzi stravagante, anzi <brachino>, quanto isolato". Quel servizio, sostiene Mentana è "uno schiaffo su commissione" (fonte: Silvia Fumarola di "Repubblica").
Diremo dunque "giornalismo brachino" per indicare servizi fatti su commissione, per rallegrare il "padre padrone" dell'azienda ed il capo del governo (che sono la stessa cosa...)?
Merita apprezzamento Fini per aver dichiarato che su quella lettera, "delirio di un folle", non si deve aprire alcun dibattito perché sarebbe "sul nulla".
Non dimentichiamo che di armi pronte a sparare aveva di recente parlato Bossi, rivolgendosi a chi non è d'accordo con lui: "Se necessario, per fermare i romani che hanno stampato queste schede elettorali che sono una vera porcata, e non permettono di votare in semplicità e chiarezza, potremmo anche imbracciare i fucili"; poi Bossi ha pure minacciato la rivoluzione in caso di bocciatura del lodo Alfano....
Lascia interdetti invece il ministro della Giustizia Alfano. Ai magistrati contrari alla riforma della Carta costituzionale annunciata da Berlusconi, Alfrano ha risposto con parole inquietanti: "È guerra preventiva". Così non parla un ministro.
[18.10.2009, anno IV, post n. 300 (1020), © by Antonio Montanari 2009. Mail.]
Divieto di sosta. Antonio Montanari. blog.lastampa.it
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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Tempus tacendi
Le 30/06/2009
C'è un tempo per tutto, si legge nell'Ecclesiaste. C'è un tempo per parlare ed uno per tacere. Anche per i blog c'è il momento ilare ed ironico, e c'è quello serio. In cui dire come stanno le cose davanti agli eventi scoperti in un blog edito fuori della comunità della "Stampa", ma composto da persone che operano nelle medesima comunità.
Il fatto che traspare da quanto è stato scritto in questo blog "fuori", è il seguente. Qualcuno ha chiesto la chiusura del mio blog al guardiano del faro che segue la comunità della "Stampa".
E lo ha fatto con accuse idiote e infondate. Il delatore ha dichiarato pubblicamente che nel mio blog lui è costantemente censurato, per cui non appare nessun commento. Affermazione infondata, e dato che il predetto fatica a comprendere un pensiero articolato in maniera non elementare, aggiungo: trattasi di vera e propria cazzata. Ed ho già pubblicato una foto con tutti i suoi commenti presenti nel mio blog.
I suoi commenti infatti non sono mai stati censurati. Una volta ebbe a confondere post diversi fra loro (ecco perché dico che il predetto fatica a comprendere un pensiero articolato in maniera non elementare), e arrivò a sostenere che il sottoscritto imbrogliava sia nei discorsi, sia nelle argomentazioni, sia nelle risposte alle contestazioni.
Ad aggravare l'episodio (il delatore che confessa pubblicamente la sua azione), c'è il particolare che lui e gli altri che collaborano al blog in cui si parla di "blogger di cui vergognarsi", non lo fanno sui loro blog della comunità della "Stampa", ma in un sito parallelo, di cui nessuno si dichiara responsabile. E su cui nessuno esercita il necessario controllo affinché non siano pubblicate le cose che per farci comprendere da chi non vuole o non riesce a capire, definisco sic et simpliciter "cazzate".
Il signor sapiente che dice che sono un "blogger di cui vergognarsi", parla di cose altrui che non sa. Un'altra persona ebbe ad accusare il sottoscritto ed un commentatore di apologia di reato. Non usò questi termini forse troppo complessi per entrambi, il signor sapiente e l'autore del commento cancellato. Il signor sapiente pare ritenersi lui il censurato, mentre lui non ha subìto né tagli né oscuramenti.
Il signor sapiente non sa che tra i commenti spazzatura ce ne sono stati alcuni debitamente rimossi perché contenevano offese penalmente perseguibili verso il presidente del Consiglio e alcuni suoi figli.
Il signor sapiente non riesce a capire, confessa, tutte queste questioni. Affari suoi, ma la smetta di rompere le balle con offese virginalmente protette da chi ha la responsabilità morale del sito in cui esse sono ospitate e presentate come se fossero verità rivelate e non pure e semplici menzogne. Finalizzate soltanto ad uno scopo: ottenere dalla redazione della "Stampa" la chiusura del mio blog.
Orbene, se il signor sapiente e delatore non riesce a divertirsi in altri modi, continui pure, la cosa non mi fa né caldo né freddo. Fa oggettivamente compassione chi lo affianca nella processione fingendo di non sapere, di non capire e di non aver visto nulla.
Di meglio non potete fare, illustri blogger di cui vantarsi nell'universo mondo? Benissimo, ma non riuscirete a mettermi a tacere. Perché se trovaste qualcuno che tentasse di cancellarmi perché "non governativo", scriverei le stesse cose altrove, e voi non siete così onnipotenti da poterlo impedire... "La Stampa" poi non ci farebbe una bella figura dandovi ragione.
Sapientini, delatori e presuntuosi colleghi, sarebbe ora che vi vergognaste un po', tanto per usare la vostra definizione nei miei riguardi. Con la lente sotto cui operate, guardate meglio. Per non fare e non far fare figure ridicole alla vostra congregazione internettiana. "Tempus tacendi" vobis.
Post scriptum. Una delle penne coinvolte nell'affaire del sito che sostiene che io sono un blogger di cui vergognarsi, l'ho conosciuta di persona, e mi spiace che si sia comportata con ignavia in tutta la vicenda, collaborando a colpirmi. Essendo quella penna esperta di Diritto conosce bene il significato morale della correità... Pazienza. Ma non pretenda di essere, quella penna, a guidare il mondo dei blogger della "Stampa" soltanto grazie al fatto che è segnalata tutti i giorni in home page.
A me la cosa non fa né caldo né freddo. Come ho scritto a Vittorio Pasteris, il rispetto di elementari regole di galateo è necessario al vivere sociale. Il resto è soltanto ipocrisia e ridicola vanità. Non sono opinioni "astratte", queste parole mie, ma giudizi freddi basati esclusivamente sulle azioni altrui, compiute ai danni miei e del mio blog "politico". Veri i fatti, necessari di conseguenza i giudizi. Con un invito amichevole e confidenziale, smettetela di far queste figure ridicole, se avete a cuore il vostro buon nome.
Il fatto che traspare da quanto è stato scritto in questo blog "fuori", è il seguente. Qualcuno ha chiesto la chiusura del mio blog al guardiano del faro che segue la comunità della "Stampa".
E lo ha fatto con accuse idiote e infondate. Il delatore ha dichiarato pubblicamente che nel mio blog lui è costantemente censurato, per cui non appare nessun commento. Affermazione infondata, e dato che il predetto fatica a comprendere un pensiero articolato in maniera non elementare, aggiungo: trattasi di vera e propria cazzata. Ed ho già pubblicato una foto con tutti i suoi commenti presenti nel mio blog.
I suoi commenti infatti non sono mai stati censurati. Una volta ebbe a confondere post diversi fra loro (ecco perché dico che il predetto fatica a comprendere un pensiero articolato in maniera non elementare), e arrivò a sostenere che il sottoscritto imbrogliava sia nei discorsi, sia nelle argomentazioni, sia nelle risposte alle contestazioni.
Ad aggravare l'episodio (il delatore che confessa pubblicamente la sua azione), c'è il particolare che lui e gli altri che collaborano al blog in cui si parla di "blogger di cui vergognarsi", non lo fanno sui loro blog della comunità della "Stampa", ma in un sito parallelo, di cui nessuno si dichiara responsabile. E su cui nessuno esercita il necessario controllo affinché non siano pubblicate le cose che per farci comprendere da chi non vuole o non riesce a capire, definisco sic et simpliciter "cazzate".
Il signor sapiente che dice che sono un "blogger di cui vergognarsi", parla di cose altrui che non sa. Un'altra persona ebbe ad accusare il sottoscritto ed un commentatore di apologia di reato. Non usò questi termini forse troppo complessi per entrambi, il signor sapiente e l'autore del commento cancellato. Il signor sapiente pare ritenersi lui il censurato, mentre lui non ha subìto né tagli né oscuramenti.
Il signor sapiente non sa che tra i commenti spazzatura ce ne sono stati alcuni debitamente rimossi perché contenevano offese penalmente perseguibili verso il presidente del Consiglio e alcuni suoi figli.
Il signor sapiente non riesce a capire, confessa, tutte queste questioni. Affari suoi, ma la smetta di rompere le balle con offese virginalmente protette da chi ha la responsabilità morale del sito in cui esse sono ospitate e presentate come se fossero verità rivelate e non pure e semplici menzogne. Finalizzate soltanto ad uno scopo: ottenere dalla redazione della "Stampa" la chiusura del mio blog.
Orbene, se il signor sapiente e delatore non riesce a divertirsi in altri modi, continui pure, la cosa non mi fa né caldo né freddo. Fa oggettivamente compassione chi lo affianca nella processione fingendo di non sapere, di non capire e di non aver visto nulla.
Di meglio non potete fare, illustri blogger di cui vantarsi nell'universo mondo? Benissimo, ma non riuscirete a mettermi a tacere. Perché se trovaste qualcuno che tentasse di cancellarmi perché "non governativo", scriverei le stesse cose altrove, e voi non siete così onnipotenti da poterlo impedire... "La Stampa" poi non ci farebbe una bella figura dandovi ragione.
Sapientini, delatori e presuntuosi colleghi, sarebbe ora che vi vergognaste un po', tanto per usare la vostra definizione nei miei riguardi. Con la lente sotto cui operate, guardate meglio. Per non fare e non far fare figure ridicole alla vostra congregazione internettiana. "Tempus tacendi" vobis.
Post scriptum. Una delle penne coinvolte nell'affaire del sito che sostiene che io sono un blogger di cui vergognarsi, l'ho conosciuta di persona, e mi spiace che si sia comportata con ignavia in tutta la vicenda, collaborando a colpirmi. Essendo quella penna esperta di Diritto conosce bene il significato morale della correità... Pazienza. Ma non pretenda di essere, quella penna, a guidare il mondo dei blogger della "Stampa" soltanto grazie al fatto che è segnalata tutti i giorni in home page.
A me la cosa non fa né caldo né freddo. Come ho scritto a Vittorio Pasteris, il rispetto di elementari regole di galateo è necessario al vivere sociale. Il resto è soltanto ipocrisia e ridicola vanità. Non sono opinioni "astratte", queste parole mie, ma giudizi freddi basati esclusivamente sulle azioni altrui, compiute ai danni miei e del mio blog "politico". Veri i fatti, necessari di conseguenza i giudizi. Con un invito amichevole e confidenziale, smettetela di far queste figure ridicole, se avete a cuore il vostro buon nome.
Antonio Montanari
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Strane alchimie
Le 03/05/2009
L'Italia, con angosciante chiarezza ha confidato a qualcuno la moglie del capo del nostro governo, è il Paese che tutto giustifica e tutto concede "per una strana alchimia" che impedisce stupore e scandalo.
Un Paese (aggiungo) che non stupisce, perché ha allevato sempre gli Arlecchini servi di due padroni. Si è retto sulle indulgenze plenarie. Si è giustificato accusando le vittime di non aver anticipato con una mossa furba l'azione dei violenti che le hanno colpite.
E' un Paese in cui il mito ha alimentato l'educazione, a partire dal Balilla mussoliniano sino ai "pioneri" del pci.
Il mito al posto del "dubbio" metodico che avrebbe dovuto suggerire ai potenti di turno di diffidare del loro stesso potere. Non per timore di perdere la poltrona, ma per quello di fare la figura dei fessi davanti allo specchio, la sera prima di andare a letto. Nel silenzio di un esame di coscienza ingrato ma inevitabile.
Oggi certe uscite mentali abusivamente definite pensieri, sono usate negli spettacoli televisivi per riempire i programmi. Sono spacciate per cose originali, piene di significato.
Ahinoi, spesso e volentieri sono soltanto certificati di appartenenza alla banda che gestisce il potere. Si diceva una volta contro certi tipi da sottogoverno, che per mangiare al tavolo di quel potere, bisogna almeno sapere tener in mano le posate.
Oggi siamo non scesi in basso ma saliti al vertice della sincerità estrema. Tanto gratuita da renderla innocua ma persino troppo banale. E quando una verità è banale, è la sua negazione, la sua condanna: diventa la cartina di tornasole che la stupidità si fa regola, perché manca l'intelligenza di saper costruire qualcosa di positivo.
E tutto ciò avviene anche grazie a quella "strana alchimia" che la consorte del nostro capo di governo, denuncia per annunciare che intende divorziare da un marito che accusa con gli intimi di "frequentare le minorenni". Stando alla "vulgata" apparsa stamani su "Repubblica" per firma di Dario Cresto Dina.
Miriam Bartolini spiega che appunto "per una strana alchimia" all'imperatore suo marito tutto è permesso.
Lo dice con un disgusto che avvilisce non per colpa sua, ma per il contesto in cui quell'affermazione cala pesante come la lama di una ghigliottina. Ne vedremo gli effetti. E tra qualche decennio gli storici potranno raccontare qualcosa che rassomiglia a dei drammi per il momento vissuti come commedia. E non soltanto per colpa del marito della signora Bartolini.
Non è squallido mai il peccato, come lo disegnano i moralisti, pronti a tutto poi per giustificare quello personale.
E' squallido il modo di vivere dei potenti, come se dagli altri fosse loro tutto dovuto ("credere, obbedire, combattere").
La signora Bartolini non per nulla usa il termine "imperatore" non tanto per offendere il consorte quanto per deridere la folla di consiglieri che lo circonda.
Folla di moralisti, avvezzi ad alzare il ditino come Capezzone, per ammonire il dissenso altrui a tornare sulla retta via.
Ma che dicono i moralisti di governo adesso che il dissenso si sviluppa pure in famiglia? Non cambiano registro, offendono la signora Bartolini, le dicono che anche lei è stata un'attricetta semisvestita, in arte Veronica Lario. Come se fosse un'esponente dell'opposizione da far arrossire nel salotto di Bruno Vespa.
Quasi fosse una di quelle signore antigovernative che abitano il Parlamento e sono pure malvestite e maleodoranti. Come le ha chiamate il signor Berlusconi, per difendere le colleghe eleganti e profumate del suo partito. Dopo essere stato costretto dalla consorte a cancellare le "veline" vagamente discinte dalle liste per le elezioni europee.
I cortigiani del potere, di ogni potere, non soltanto di quello dell'imperatore di Arcore, sono come quel padre teatino di Modena di cui si legge in un passo del bellissimo libro di Paolo Lombardi ("Streghe, spettri e lupi mannari"), che riprende "le sagaci ricerche di Giovanni Romeo" (p. 101).
Quel teatino, Geminiano Mazzoni, nel 1610 "finì sotto processo per aver tentato di esorcizzare alcune monache attraverso la manipolazione dei loro genitali".
L'operazione è ripetuta oggi, per esorcizzare la Sinistra: la manipolazione avviene, e lo dice a tutti non un avversario del capo del governo, ma la sua (ancora per poco) consorte.
Costretta infine a confidare che inutilmente ha "cercato di aiutare" il marito, implorando "coloro che gli stanno accanto di fare altrettanto, come si farebbe con una persona che non sta bene".
Ma quei consiglieri dell'imperatore di Arcore non hanno potuto far altro che recitare l'eterna parte di suggeritori di consenso, perché le vie dell'inferno si aprono con la porta del dissenso. Mica con le parole di una diciottenne qualsiasi, ma capace di far infuriare la moglie del primo ministro. Umiliata dagli amici di Arcore, a testimonianza che ormai la Politica in Italia è soltanto un abuso mentale. Pericoloso al punto che appunto se ne deve fare a meno, se a far crollare certi muri del Palazzo sono le liti casalinghe, per quanto dignitose ed inevitabili. Ma come diceva qualcuno in passato, le astuzie della Storia non finiscono mai.
Un Paese (aggiungo) che non stupisce, perché ha allevato sempre gli Arlecchini servi di due padroni. Si è retto sulle indulgenze plenarie. Si è giustificato accusando le vittime di non aver anticipato con una mossa furba l'azione dei violenti che le hanno colpite.
E' un Paese in cui il mito ha alimentato l'educazione, a partire dal Balilla mussoliniano sino ai "pioneri" del pci.
Il mito al posto del "dubbio" metodico che avrebbe dovuto suggerire ai potenti di turno di diffidare del loro stesso potere. Non per timore di perdere la poltrona, ma per quello di fare la figura dei fessi davanti allo specchio, la sera prima di andare a letto. Nel silenzio di un esame di coscienza ingrato ma inevitabile.
Oggi certe uscite mentali abusivamente definite pensieri, sono usate negli spettacoli televisivi per riempire i programmi. Sono spacciate per cose originali, piene di significato.
Ahinoi, spesso e volentieri sono soltanto certificati di appartenenza alla banda che gestisce il potere. Si diceva una volta contro certi tipi da sottogoverno, che per mangiare al tavolo di quel potere, bisogna almeno sapere tener in mano le posate.
Oggi siamo non scesi in basso ma saliti al vertice della sincerità estrema. Tanto gratuita da renderla innocua ma persino troppo banale. E quando una verità è banale, è la sua negazione, la sua condanna: diventa la cartina di tornasole che la stupidità si fa regola, perché manca l'intelligenza di saper costruire qualcosa di positivo.
E tutto ciò avviene anche grazie a quella "strana alchimia" che la consorte del nostro capo di governo, denuncia per annunciare che intende divorziare da un marito che accusa con gli intimi di "frequentare le minorenni". Stando alla "vulgata" apparsa stamani su "Repubblica" per firma di Dario Cresto Dina.
Miriam Bartolini spiega che appunto "per una strana alchimia" all'imperatore suo marito tutto è permesso.
Lo dice con un disgusto che avvilisce non per colpa sua, ma per il contesto in cui quell'affermazione cala pesante come la lama di una ghigliottina. Ne vedremo gli effetti. E tra qualche decennio gli storici potranno raccontare qualcosa che rassomiglia a dei drammi per il momento vissuti come commedia. E non soltanto per colpa del marito della signora Bartolini.
Non è squallido mai il peccato, come lo disegnano i moralisti, pronti a tutto poi per giustificare quello personale.
E' squallido il modo di vivere dei potenti, come se dagli altri fosse loro tutto dovuto ("credere, obbedire, combattere").
La signora Bartolini non per nulla usa il termine "imperatore" non tanto per offendere il consorte quanto per deridere la folla di consiglieri che lo circonda.
Folla di moralisti, avvezzi ad alzare il ditino come Capezzone, per ammonire il dissenso altrui a tornare sulla retta via.
Ma che dicono i moralisti di governo adesso che il dissenso si sviluppa pure in famiglia? Non cambiano registro, offendono la signora Bartolini, le dicono che anche lei è stata un'attricetta semisvestita, in arte Veronica Lario. Come se fosse un'esponente dell'opposizione da far arrossire nel salotto di Bruno Vespa.
Quasi fosse una di quelle signore antigovernative che abitano il Parlamento e sono pure malvestite e maleodoranti. Come le ha chiamate il signor Berlusconi, per difendere le colleghe eleganti e profumate del suo partito. Dopo essere stato costretto dalla consorte a cancellare le "veline" vagamente discinte dalle liste per le elezioni europee.
I cortigiani del potere, di ogni potere, non soltanto di quello dell'imperatore di Arcore, sono come quel padre teatino di Modena di cui si legge in un passo del bellissimo libro di Paolo Lombardi ("Streghe, spettri e lupi mannari"), che riprende "le sagaci ricerche di Giovanni Romeo" (p. 101).
Quel teatino, Geminiano Mazzoni, nel 1610 "finì sotto processo per aver tentato di esorcizzare alcune monache attraverso la manipolazione dei loro genitali".
L'operazione è ripetuta oggi, per esorcizzare la Sinistra: la manipolazione avviene, e lo dice a tutti non un avversario del capo del governo, ma la sua (ancora per poco) consorte.
Costretta infine a confidare che inutilmente ha "cercato di aiutare" il marito, implorando "coloro che gli stanno accanto di fare altrettanto, come si farebbe con una persona che non sta bene".
Ma quei consiglieri dell'imperatore di Arcore non hanno potuto far altro che recitare l'eterna parte di suggeritori di consenso, perché le vie dell'inferno si aprono con la porta del dissenso. Mica con le parole di una diciottenne qualsiasi, ma capace di far infuriare la moglie del primo ministro. Umiliata dagli amici di Arcore, a testimonianza che ormai la Politica in Italia è soltanto un abuso mentale. Pericoloso al punto che appunto se ne deve fare a meno, se a far crollare certi muri del Palazzo sono le liti casalinghe, per quanto dignitose ed inevitabili. Ma come diceva qualcuno in passato, le astuzie della Storia non finiscono mai.
Cicchitto lo sbettinato
Le 26/03/2009
Rassicuro chi, commentando in un altro blog il mio post "Bagnasco furente", mi ha definito "radical-chic". Non sono mai stato né radical né radicale, né tanto meno "chic". Basta frequentarmi per pochi minuti per accorgersi che sono a sufficienza ruvido nei modi e nei pensieri per non meritare tale gratuita etichetta.
Non mi appartiene l'eleganza dei politici o la dialettica dei venditori televisivi di tappeti. Apprezzo le idee semplici non soltanto per deficienza personale nel raggiungere alti traguardi, ma soprattutto perché cerco di fare mia, nella pratica quotidiana, l'aurea massima di Cartesio: "le cose che noi concepiamo in modo chiarissimo e distintissimo sono tutte vere".
Idee "tutte vere" ha creduto di esporre ieri in una lunga intervista al "Corrierone" Fabrizio Cicchitto raccontando ad Aldo Cazzullo non soltanto la nascita del partito personale del cavaliere, ma ben 40 anni di storia patria.
C'è del genio nelle "verità" di Cicchitto, come in tutte le storie costruite "ad usum delphini". Non ho motivo per contestargli alcunché di quello che sostiene circa Berlusconi, né sull'antico rapporto con i ciellini, né sulla visione "laica" (le virgolette sono di Cicchitto) del fascismo che ebbero pure "De Felice e in fondo" la stessa borghesia italiana.
Si potrebbe obiettare soltanto che i matrimoni d'interesse sono sempre esistiti, ma di solito sono etichettati in maniera diversa da quelli d'amore. Niente impedisce all'interesse di trasformarsi in passione, ma niente garantisce che l'augusto ed anziano marito non sia beatamente cornificato dalla fanciulla in fiore portata al suo talamo con ricca dote e pure solerte ricerca del piacere al di fuori del noioso ed insipido talamo coniugale.
Berlusconi, sull'onda di tangentopoli, eroicamente cavalcata dal suo re di cuori dell'informazione televisiva, Emilio Fede (di nome e di fatto), ideava nel settembre 1993 un partito "senza nome". Lo racconta oggi sullo stesso "Corrierone" Marcello Dell'Utri in un'altra istruttiva intervista, a Paola Di Caro. Una specie di amarcord con perle come il giudizio su un ex presidente del Senato, Carlo Scognamiglio, che Dell'Utri definisce "il nulla assoluto". La piazza non passava di meglio, oppure fu una questione di fiuto non allenato in chi lo destinò all'alta funzione?
A quel partito (creato da un imprenditore che Bettino Craxi aveva favorito con il decreto sulle televisioni, 20 ottobre 1984), approda pure Cicchitto. Che ora rilegge tutta la storia sua, dell'Italia e del mondo come se veramente nessuno dall'esterno avesse aiutato la sinistra italiana in quella che lui stesso oggi chiama "l'egemonia culturale". Tramontata grazie a Berlusconi.
E che forse sarebbe più corretto definire egemonia economica sotto la specie della sinistra di tanti personaggi che miravano soltanto a fare i soldi, come in quella scenetta da avanspetaccolo, "Vai avanti tu, perché a me vien da ridere".
Molti a sinistra hanno onestamente lavorato credendo che il mondo potesse essere migliorato mettendo in pratica massime assolute come l'uguaglianza fra tutti gli uomini. Moltissimi a sinistra hanno badato solamente a fare affari.
Nella mia città fra fondi governativi (650 milioni di lire alla fine degli anni 50 ad una grossa industria ora in grave crisi dopo tante, recenti celebrazioni ufficiali dei suoi meriti gestionali), fra evasione fiscale e lavoro nero, molta gente di sinistra conservava a sinistra soltanto il portafoglio.
Una città abituata a "compromettersi" nascondendo le varianti edilizie sotto le più eleganti formule. Una città in cui soltanto grazie ai voti del centro-destra cattolico è stata eletta l'attuale giunta comunale di centro-sinistra.
Di queste realtà simili a Rimini, quante ce ne sono in Italia? Lo chiedo a Cicchitto che taglia con l'accetta ciò che invece il bisturi chirurgico fatica ad eseguire. Perché questa è la politica. Un voto oggi a me, una assunzione domani a te. Fatti che non possono essere negati, sono sotto gli occhi di tutti. Di tutti quelli che vogliono vedere.
On. Cicchitto s'informi su come nella periferia dell'impero vanno le cose all'insegna dei più plateali e clamorosi favori tra le forze che a Roma sono in opposizione, ma che localmente si danno una mano. Nulla di male, basta saperlo e dirlo. Non cercare di mettere a tacere chi lo scrive.
Cicchitto chiude l'intervista facendo un bilancio in parallelo fra Berlusconi e Craxi. Il primo cerca il consenso, il secondo mirava allo scontro. Il cavaliere non maltratta amici o collaboratori. Bettino invece "aveva un carattere insieme forte e aggressivo".
Cicchitto non aggiunge altro. Una modesta pratica di mondo ci permette di azzardare una postilla alle sue riflessioni da politico "sbettinato". Chi ha molti soldi facilmente ha successo. Chi ha cattivo carattere spesso è fregato dagli altri con la scusa del cattivo carattere medesimo. Per Craxi è andata così. Esule o latitante che sia considerato, fu il primo a fare severamente i conti non con l'egemonia di una fantomatica sinistra (come quella di cui parla Cicchitto), ma con la reale, granitica egemonia comunista. Che risultava tanto utile anche ai democristiani. Per cui alla fin fine Craxi fu vittima sacrificale, mediante fuoco amico, tradimenti fraterni e strategie avversarie.
Ridurre la storia a questioni di carattere, ridimensiona non la persona di cui si parla, ma chi ne tratta in tal modo.
A Cicchitto dobbiamo una rivelazione fornitaci dal "Corrierone". Berlusconi non ha vinto con le televisioni, ma "anzitutto con i libri". Chiediamo scusa, non ce ne eravamo accorti. Leggiamo troppo i libri e guardiamo poco la televisione. Colpa nostra.
L'atteggiamento di Cicchitto non è frutto di una mentalità da "compagnuccio della parrocchietta" alla Alberto Sordi in quel film memorabile che dispiacque tanto ai dc. E' l'effetto perverso di un'educazione moralistica imposta dal cavaliere ai suoi seguaci, come se fosse il guru di una setta religiosa.
Non se ne dovrebbe invece trovare traccia in spiriti laici come quello di Cicchitto. Perché egli tale si dichiara con Cazzullo, aggiungendo di essere vicino ad Obama per le staminali e di essere lontano dal papa per il preservativo 'africano'. (Che non funzionerebbe, ha spiegato in tivù Lucetta Scaraffia, storica, a causa del caldo che fa laggiù...)
Cicchitto stava con le ragioni di Welby... Ed allora, ci scusi che ci fa in casa del cavaliere? Quella casa in cui, come scrive oggi Mario Pirani su "Repubblica", si è pensato di trasformare, per il nostro Paese, in atto meritorio ciò che sino ad ieri era reato.
Dalla parte di Pirani sembra posizionarsi lo stesso presidente della Camera Gianfranco Fini, quando oggi dichiara: "Il premier non può irridere le regole". Berlusconi aveva detto: "Ci sono troppe procedure, bisogna ammodernare lo Stato, per questo siamo indietro su tutto, anche in Parlamento. Adesso sei lì con due dita ad approvare tutto il giorno emendamenti di cui non si conosce nulla. Quando ho fatto il paradosso del capogruppo che vota per tutti era per dire che gli altri sono veramente lì non per partecipare ma per fare numero".
Replica di Fini: "La democrazia parlamentare ha procedure e regole precise che devono essere rispettate da tutti, in primis dal capo del governo. Si possono certo cambiare ma non irridere". Che ne pensa Cicchitto, tessera P2 numero 2232?
La tessera P2 numero 625, dottor Silvio Berlusconi, rispose a Craxi nel 1984, dopo il decreto sopra citato: "Caro Bettino grazie di cuore per quello che hai fatto. So che non è stato facile e che hai dovuto mettere sul tavolo la tua credibilità e la tua autorità. Spero di avere il modo di contraccambiarti. Ho creduto giusto non inserire un riferimento esplicito al tuo nome nei titoli-tv prima della ripresa per non esporti oltre misura. Troveremo insieme al più presto il modo di fare qualcosa di meglio. Ancora grazie, dal profondo del cuore. Con amicizia, tuo Silvio". E chiamale se vuoi collusioni...
Non mi appartiene l'eleganza dei politici o la dialettica dei venditori televisivi di tappeti. Apprezzo le idee semplici non soltanto per deficienza personale nel raggiungere alti traguardi, ma soprattutto perché cerco di fare mia, nella pratica quotidiana, l'aurea massima di Cartesio: "le cose che noi concepiamo in modo chiarissimo e distintissimo sono tutte vere".
Idee "tutte vere" ha creduto di esporre ieri in una lunga intervista al "Corrierone" Fabrizio Cicchitto raccontando ad Aldo Cazzullo non soltanto la nascita del partito personale del cavaliere, ma ben 40 anni di storia patria.
C'è del genio nelle "verità" di Cicchitto, come in tutte le storie costruite "ad usum delphini". Non ho motivo per contestargli alcunché di quello che sostiene circa Berlusconi, né sull'antico rapporto con i ciellini, né sulla visione "laica" (le virgolette sono di Cicchitto) del fascismo che ebbero pure "De Felice e in fondo" la stessa borghesia italiana.
Si potrebbe obiettare soltanto che i matrimoni d'interesse sono sempre esistiti, ma di solito sono etichettati in maniera diversa da quelli d'amore. Niente impedisce all'interesse di trasformarsi in passione, ma niente garantisce che l'augusto ed anziano marito non sia beatamente cornificato dalla fanciulla in fiore portata al suo talamo con ricca dote e pure solerte ricerca del piacere al di fuori del noioso ed insipido talamo coniugale.
Berlusconi, sull'onda di tangentopoli, eroicamente cavalcata dal suo re di cuori dell'informazione televisiva, Emilio Fede (di nome e di fatto), ideava nel settembre 1993 un partito "senza nome". Lo racconta oggi sullo stesso "Corrierone" Marcello Dell'Utri in un'altra istruttiva intervista, a Paola Di Caro. Una specie di amarcord con perle come il giudizio su un ex presidente del Senato, Carlo Scognamiglio, che Dell'Utri definisce "il nulla assoluto". La piazza non passava di meglio, oppure fu una questione di fiuto non allenato in chi lo destinò all'alta funzione?
A quel partito (creato da un imprenditore che Bettino Craxi aveva favorito con il decreto sulle televisioni, 20 ottobre 1984), approda pure Cicchitto. Che ora rilegge tutta la storia sua, dell'Italia e del mondo come se veramente nessuno dall'esterno avesse aiutato la sinistra italiana in quella che lui stesso oggi chiama "l'egemonia culturale". Tramontata grazie a Berlusconi.
E che forse sarebbe più corretto definire egemonia economica sotto la specie della sinistra di tanti personaggi che miravano soltanto a fare i soldi, come in quella scenetta da avanspetaccolo, "Vai avanti tu, perché a me vien da ridere".
Molti a sinistra hanno onestamente lavorato credendo che il mondo potesse essere migliorato mettendo in pratica massime assolute come l'uguaglianza fra tutti gli uomini. Moltissimi a sinistra hanno badato solamente a fare affari.
Nella mia città fra fondi governativi (650 milioni di lire alla fine degli anni 50 ad una grossa industria ora in grave crisi dopo tante, recenti celebrazioni ufficiali dei suoi meriti gestionali), fra evasione fiscale e lavoro nero, molta gente di sinistra conservava a sinistra soltanto il portafoglio.
Una città abituata a "compromettersi" nascondendo le varianti edilizie sotto le più eleganti formule. Una città in cui soltanto grazie ai voti del centro-destra cattolico è stata eletta l'attuale giunta comunale di centro-sinistra.
Di queste realtà simili a Rimini, quante ce ne sono in Italia? Lo chiedo a Cicchitto che taglia con l'accetta ciò che invece il bisturi chirurgico fatica ad eseguire. Perché questa è la politica. Un voto oggi a me, una assunzione domani a te. Fatti che non possono essere negati, sono sotto gli occhi di tutti. Di tutti quelli che vogliono vedere.
On. Cicchitto s'informi su come nella periferia dell'impero vanno le cose all'insegna dei più plateali e clamorosi favori tra le forze che a Roma sono in opposizione, ma che localmente si danno una mano. Nulla di male, basta saperlo e dirlo. Non cercare di mettere a tacere chi lo scrive.
Cicchitto chiude l'intervista facendo un bilancio in parallelo fra Berlusconi e Craxi. Il primo cerca il consenso, il secondo mirava allo scontro. Il cavaliere non maltratta amici o collaboratori. Bettino invece "aveva un carattere insieme forte e aggressivo".
Cicchitto non aggiunge altro. Una modesta pratica di mondo ci permette di azzardare una postilla alle sue riflessioni da politico "sbettinato". Chi ha molti soldi facilmente ha successo. Chi ha cattivo carattere spesso è fregato dagli altri con la scusa del cattivo carattere medesimo. Per Craxi è andata così. Esule o latitante che sia considerato, fu il primo a fare severamente i conti non con l'egemonia di una fantomatica sinistra (come quella di cui parla Cicchitto), ma con la reale, granitica egemonia comunista. Che risultava tanto utile anche ai democristiani. Per cui alla fin fine Craxi fu vittima sacrificale, mediante fuoco amico, tradimenti fraterni e strategie avversarie.
Ridurre la storia a questioni di carattere, ridimensiona non la persona di cui si parla, ma chi ne tratta in tal modo.
A Cicchitto dobbiamo una rivelazione fornitaci dal "Corrierone". Berlusconi non ha vinto con le televisioni, ma "anzitutto con i libri". Chiediamo scusa, non ce ne eravamo accorti. Leggiamo troppo i libri e guardiamo poco la televisione. Colpa nostra.
L'atteggiamento di Cicchitto non è frutto di una mentalità da "compagnuccio della parrocchietta" alla Alberto Sordi in quel film memorabile che dispiacque tanto ai dc. E' l'effetto perverso di un'educazione moralistica imposta dal cavaliere ai suoi seguaci, come se fosse il guru di una setta religiosa.
Non se ne dovrebbe invece trovare traccia in spiriti laici come quello di Cicchitto. Perché egli tale si dichiara con Cazzullo, aggiungendo di essere vicino ad Obama per le staminali e di essere lontano dal papa per il preservativo 'africano'. (Che non funzionerebbe, ha spiegato in tivù Lucetta Scaraffia, storica, a causa del caldo che fa laggiù...)
Cicchitto stava con le ragioni di Welby... Ed allora, ci scusi che ci fa in casa del cavaliere? Quella casa in cui, come scrive oggi Mario Pirani su "Repubblica", si è pensato di trasformare, per il nostro Paese, in atto meritorio ciò che sino ad ieri era reato.
Dalla parte di Pirani sembra posizionarsi lo stesso presidente della Camera Gianfranco Fini, quando oggi dichiara: "Il premier non può irridere le regole". Berlusconi aveva detto: "Ci sono troppe procedure, bisogna ammodernare lo Stato, per questo siamo indietro su tutto, anche in Parlamento. Adesso sei lì con due dita ad approvare tutto il giorno emendamenti di cui non si conosce nulla. Quando ho fatto il paradosso del capogruppo che vota per tutti era per dire che gli altri sono veramente lì non per partecipare ma per fare numero".
Replica di Fini: "La democrazia parlamentare ha procedure e regole precise che devono essere rispettate da tutti, in primis dal capo del governo. Si possono certo cambiare ma non irridere". Che ne pensa Cicchitto, tessera P2 numero 2232?
La tessera P2 numero 625, dottor Silvio Berlusconi, rispose a Craxi nel 1984, dopo il decreto sopra citato: "Caro Bettino grazie di cuore per quello che hai fatto. So che non è stato facile e che hai dovuto mettere sul tavolo la tua credibilità e la tua autorità. Spero di avere il modo di contraccambiarti. Ho creduto giusto non inserire un riferimento esplicito al tuo nome nei titoli-tv prima della ripresa per non esporti oltre misura. Troveremo insieme al più presto il modo di fare qualcosa di meglio. Ancora grazie, dal profondo del cuore. Con amicizia, tuo Silvio". E chiamale se vuoi collusioni...
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