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antonio montanari

In nome del padre

Le 20/12/2011

Due immagini hanno fatto il giro del mondo. Una riproduce la copertina del settimanale "Time" (14.12), dedicata alla consueta scelta della "Persona dell'anno". Per il 2011, il soggetto presentato è "il Manifestante": ovvero il simbolo della "naturale continuazione della politica con altri mezzi", soprattutto in riferimento alla situazione della realtà araba, da cui proviene il volto femminile ritratto nella foto. Così scrive Kurt Andersen sullo stesso "Time", dove leggiamo pure che "il contestatore è diventato creatore di storia", partendo dalla Tunisia del 17 dicembre 2010. Quel giorno Mohamed Bouazizi, un venditore ambulante di 26 anni, si dà fuoco dopo che la polizia gli ha sequestrato il carretto su cui c'è la frutta da offrire al mercato.

La seconda foto (autore Peter Hapak) reca proprio l'immagine di Mohamed Bouazizi, sorretta da sua madre Mannoubia che ha spiegato il gesto del figlio come ispirato alla dignità. La quale, aggiunge Basma, sorella sedicenne di
Mohamed, in Tunisia è più importante del pane.
La vicenda di Mohamed può essere sintetizzata con le parole del miglior inviato italiano di affari esteri, Domenico Quirico della "Stampa" (17.12): essa "fece conoscere al mondo arabo l'evidenza del vero principio rivoluzionario, che una prima ingiustizia è fonte di ingiustizie infinite". Egli "non ha inventato ideologie e non ha coniato gli slogan sobillatori dell'Islam politico", ha creato "la prima rivoluzione del terzo millennio".
Le frasi di Quirico suggeriscono un ricordo scolastico, l'incontro di Dante con Catone all'inizio del Purgatorio, quando Virgilio dice del poeta: "libertà va cercando, ch'è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta".
Non ha paragoni con il doloroso panorama che fa da sfondo agli occhi seminascosti della Manifestante finita nella copertina di "Time", un altro volto, quello di Gigliola Ibba, 70 anni, autrice di un appello a pagamento sul "Corriere della Sera". Ha comperato una pagina di pubblicità per dichiarare la propria delusione ai politici nostrani. Ad Angela Frenda della stessa testata, ha detto (15.12): "Vuole la verità? Lo devo a mio padre Tullio. Era ingegnere e generale dell'aeronautica. Progettava aeroporti civili e militari. Stiamo parlano del 1957. È morto quando avevo 16 anni. Io ho trascorso dai 14 ai 16 anni a prendere le telefonate con cui politici di allora cercavano, invano di corromperlo. È morto d'infarto senza firmarlo, quel progetto". [Anno XXX, n. 1062]

Antonio Montanari
(c) RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Non dare i numeri

Le 03/12/2011

Il tasso di noiosità di questa puntata è superiore al consueto. Premetto l'aureo consiglio di don Lisander per chi non si curasse di ascoltare le nostre quattro parole: cioè saltare alla pagina seguente (cap. XXII). Chi resta, alla fine non ci accusi di essere stati indigesti. Ma che colpa abbiamo noi (come diceva una canzonetta) se nei commenti politici circolano opinioni piuttosto strane come quelle che danno corpo ad una terza Repubblica italiana per il semplice fatto che abbiamo un governo di Tecnici anziché di Politici? Per cambiare la targa del nostro Stato, occorrerebbe una nuova Costituzione.
Noi (e se consentite, aggiungiamo un grazie al Cielo) abbiamo ancora quella del 1948 che reca con sé il ricordo delle tragedie che la precedettero. In Italia si è soltanto mutato il sistema elettorale. I suoi ideatori ed estensori lo hanno etichettato con sincero ribrezzo come porcata, tanto per essere chiari nel pentimento da scontare senza penitenze. Poi il prof. Giovanni Sartori con eleganza ha parlato di porcellum.
In questo porcellum abbiamo identificato la cosiddetta seconda Repubblica. Che dopo la recente crisi di governo è diventata immediatamente la terza. Una Repubblica così sembra una specie di autovettura con il cambio automatico che non richiede al conducente nessuna attenta manovra.
Il tasso di noiosità delle nostre righe sta superando la soglia del pericolo d'inquinamento, mentre ci avviciniamo al comma due dell'art. 92 che più semplice di così non può essere: "Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio...". Nessun paletto è messo dalla Costituzione all'operato del Capo dello Stato, tranne quel severo richiamo all'alto tradimento o all'attentato alla Costituzione medesima (art. 90, comma due).
Tutto ciò serve per concludere che sono senza fondamento le fantasie eroiche di quanti hanno mormorato sulla presunta violazione della Legge fondamentale dello Stato per la nascita di un governo di soli Tecnici. Il problema è diverso. I Politici sono stati fatti apparire dai commentatori come tante donne Prassedi pronte a comandar su tutto ed a prender per cielo il loro cervello. Serve soltanto ad onorare il ricco contratto con la Rai definire, da parte di messer Ferrara, governo del preside quello che gli altri chiamano governo del Presidente. È uno di quei raffinati giochi di parole che sono nebbia la quale impedisce di vedere il burrone e scansarlo. [Anno XXX, n. 1059]

Antonio Montanari
(c) RIPRODUZIONE RISERVATA

"il Ponte", settimanale, Rimini, 4.12.2011

 

Cesari, ma solo 12

Le 25/11/2011

 

I cruciverba sono sempre di grande aiuto, altro che le biblioteche. Vi chiedono quanti sono i famosi Cesari, e se non lo sapete, aspettate un'altra occasione, quando spiegano che quelli di Svetonio sono dodici. Tutto risolto. Con due semplici domandine, magari senza rispondere a nessuna di esse, avete ottenuto un risultato che oggi vi fa correre il rischio di ricevere una laurea ad honorem. 
Caio Tranquillo (beato lui) Svetonio, storico romano del sec. I, scrisse le biografie di Giulio Cesare e degli imperatori da Augusto a Domiziano. Adesso Svetonio sarebbe meno tranquillo se dovesse scrivere le vite di quanti in Italia si considerano dei Cesari in una Repubblica che dovrebbe guardare più al Popolo che ai capipopolo. Tant'è, non per nostra suggestione od errata informazione, ma secondo dati veri.
Noi italiani sino a poco tempo fa ci consideravamo un popolo felice ed assistito dalla Fortuna (quella che presso i Romani baciava gli audaci) perché i nostri politici avevano abolito il caos parlamentare della cosiddetta Prima Repubblica, provocato dai tanti partiti allora esistenti con annesse correnti note ed ignote (dette dei "franchi tiratori"). Ed avevano inventato il modello italiano del bipolarismo. Ma si sa che cosa significa "italiano" in certi contesti. Vuol dire semplicemente che non sempre alle parole seguono i fatti, per cui i nomi sono un semplice suono della voce e non pure un segno a cui far corrispondere una precisa, delineabile realtà.
La crisi di governo a cui abbiamo assistito di recente ha un timido riscontro in una breve frase del Tacito delle "Storie" (I, 2), "Et quibus deerat inimicus per amicos oppressi": e chi non aveva nemici rimase vittima degli amici. Nel corso della crisi i cronisti più attenti hanno contato quanti amici del bipolarismo sono andati in retromarcia verso l'odiato sistema della Prima Repubblica, con partiti, correnti e conseguenti temporali pieni di fulmini. Massimo Gramellini (15.11) ha così riassunto il bollettino meteo della nostra Politica: i cinque partiti in Parlamento alle ultime elezioni, sono diventati ventuno.
Più pessimista è stata l'Agenzia Ansa che alle 18,41 del 14 novembre ha diramato un servizio che elenca 34 gruppi chiamati a consulto dal neo presidente del Consiglio, prima di accettare l'incarico e presentarsi in Parlamento. Svetonio oggi rinuncerebbe all’incarico di scrivere le storie dei nostri 34 presunti Cesari. [XXX, 1058]

"il Ponte", settimanale, Rimini, 27.11.2011

 

Si fa presto a dire Italia

Le 20/03/2011

Si fa presto a dire Italia. Anche perché, come ha riassunto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, "ne abbiamo passate tante". All'Italia del 1861 mancano Roma, Trento e Trieste. Un secolo esatto fa, contro l'Italietta imbelle, si muove la grande proletaria di Zvanì Pascoli con la campagna di Libia. Il socialista Mussolini è contrario, sradica binari ferroviari. I futuristi predicano la guerra "sola igiene del mondo". Poi ci si mette anche Gabriele D'Annunzio. Le disgrazie non vengono mai sole.

Allo scoglio di Quarto il 5 maggio 1915 si inaugura il monumento ai Mille di Garibaldi con un discorso ufficiale interventista di D'Annunzio. Il governo di Antonio Salandra lo ha letto in anticipo, decidendo: né primo ministro né re sarebbero intervenuti alla cerimonia. Il 13 maggio Salandra si dimette. Il neutralista Giovanni Giolitti ha un appoggio politico superiore a quello di Salandra. Le sue dimissioni sono respinte dal re. D'Annunzio in un comizio al teatro Costanzi di Roma, incita il pubblico ad ammazzare Giolitti. Nel 1921 il poeta inventa la "Vittoria mutilata", con la marcia su Fiume. L'anno dopo, altra marcia (in carrozza-letto) su Roma, di Mussolini.

I Savoia, che hanno fatto l'Italia, cominciano a disfarla. Il re non firma il decreto del governo per lo stato d'assedio. Poi il 25 luglio 1943 fa arrestare "il cavalier Benito Mussolini". Nel 1938 il re ha firmato le infami leggi razziali. La sera dell'8 settembre 1943 il re fugge con il governo da Roma. I militari sono lasciati in balìa di loro stessi. I comandanti gli dicono: "Se riuscite ad andare a casa, potete farlo". Il 9 novembre la Repubblica di Salò li richiama alle armi.

Sino al 25 aprile 1945 il secondo Risorgimento si chiama Resistenza. Il primo aveva voluto (spiega lo storico Emilio Gentile) "affermare il merito e le capacità dell'individuo contro il privilegio di nascita e di casta". Da qui deriva l'art. 1 della nostra Costituzione del 1948, la Repubblica è "fondata sul lavoro", per rifiutare l'idea di uno Stato basato su quel privilegio.

Nel 1935 a Parigi gli esuli di Giustizia e Libertà hanno discusso sull'Italia generata dal Risorgimento e madre del fascismo, "prototipo della moderna barbarie, che per di più pretendeva di rappresentare la provvidenziale conclusione del Risorgimento stesso". Sono parole dello storico Claudio Pavone. Due di quegli esuli nel 1937 sono stati uccisi in Francia, i fratelli Carlo e Nello Rosselli. "Ne abbiamo passate tante". [1033]
Antonio Montanari
il Ponte, Rimini, 27.03.2011

 

Al contadino non far sapere

Le 10/03/2011

La storia della bontà del formaggio con le pere da non far conoscere al contadino, è stata spiegata dal prof. Massimo Montanari in belle pagine (2008). Il proverbio nasce nel 1500 "in un contesto economico e culturale di avversione al mondo contadino, a cui le classi dominanti (in Italia, soprattutto cittadine) negano ogni pretesa di avanzamento sociale".
A proposito del tener nascosto, due secoli dopo Montesquieu ricorda che il cardinal Lorenzo Corsini, poi papa Clemente XII, sosteneva: l'invenzione delle parrucche ha mandato in rovina Venezia, perché i vecchi nascondendo i loro capelli bianchi non si sono più vergognati di corteggiare le donne. Montesquieu aggiungeva che nel Consiglio veneziano non si era "più distinta l'opinione dei vecchi da quella dei giovani".
Pure negli Stati democratici oggi si usano tante parrucche e si cerca di non far sapere molte cose ai cittadini. Barbara Spinelli sulla Stampa criticava (10.2.2008) il sistema informativo americano, gestito da "conventicole" che sentenziano sui gusti della gente. E si chiedeva da dove derivasse "tanta scienza infusa": "Una realtà diversa vive nei blog, affastellando interessi che le élite giornalistiche neppure immaginano, ignorandole".
Spinelli poi (17.5.2009) parla del nostro Paese: "Il cittadino è molto male informato, e la mala informazione è una delle principali sciagure italiane. [...] La menzogna viene [...] dai governanti, e in genere dalla classe dirigente: che non è fatta solo di politici ma di chiunque influenzi la popolazione, giornalisti in prima linea. [...] I fatti sono reali, ma se vengono sistematicamente manipolati (omessi, nascosti, distorti) la realtà ne risente, ed è così che se ne crea una parallela".
Il 2.10.2009 Spinelli aggiunge: "Si ha l'impressione che i giornali italiani si censurino in anticipo, temendo chissà quali ritorsioni". Un anno prima ha spiegato la sua teoria politica: libera informazione e divisione dei poteri sono i presidii della democrazia. Sempre sulla Stampa (20.6.2010), trattando di democrazie a rischio per la crisi economica, chiama l'Italia allergica alla cultura del controllo esercitato dall'informazione. Criticata in una risposta ai lettori dal direttore del suo giornale, Spinelli se ne va dal foglio torinese (21.10.2010).
Il giornalismo politico non dovrebbe abusare della fantasia, come invece Federico Fellini faceva nel 1960 con Camilla Cederna, inventandosi un'infanzia di dolore in collegio dai preti ad Urbino. [1031]

Antonio Montanari
(c) RIPRODUZIONE RISERVATA
il Ponte, Rimini, 13 marzo 2011